Niente è ciò che sembra
Il rapporto fra teatro e Massoneria
Hagbard Celine
1. Teatro e rito
È evidente, anche a chi possieda soltanto una cognizione rudimentale della ritualità massonica, come essa presenti una fisionomia marcatamente teatrale: l’assetto del Tempio, gli arredi, le luci, i paramenti dei Fratelli, i dialoghi scanditi fra Maestro Venerabile e Dignitari, la progressione dei gradi fino al dramma di Hiram compongono un insieme che richiama più il palcoscenico di un teatro che la liturgia di una chiesa o la solennità d’una cerimonia giudiziaria.
L’impressione di chi varca per la prima volta la soglia del Tempio è precisamente quella di trovarsi dinanzi a una rappresentazione ordinata secondo una partitura drammaturgica tramandata per tradizione, più che affidata alla semplice lettura di un copione.
Il carattere teatrale non è però esclusivo della Massoneria. Ogni rito tradizionale è, in un certo senso, una messa in scena sacra che incarna l’ordine invisibile e lo rende percepibile ai sensi mediante gesti, parole e silenzi.
L’orientazione del luogo sacro, il modo in cui si entra e si esce, il cammino processionale, l’uso di vesti dedicate e di oggetti simbolici, la distinzione dei ruoli tra celebrante, assistenti e assemblea configurano un vero e proprio “spettacolo” in cui non si rappresenta una finzione, ma si rende presente, in figura, la struttura del reale secondo una determinata tradizione.
Mircea Eliade, in Il sacro e il profano (Torino: Bollati Boringhieri, 1959), ha mostrato come la liturgia, in tutte le civiltà tradizionali, sia una “rappresentazione” delle ierofanie originarie, una ripetizione attualizzante dei miti fondatori che riapre il tempo profano al tempo mitico.
Nel rito non si ricorda soltanto un evento passato: lo si fa accadere di nuovo. Il celebrante non “recita” come un attore moderno, ma assume ruoli archetipici – Re, Sacerdote, Mediatore, Iniziatore – e li fa agire nel tempo quotidiano, per riaprirlo, anche solo per un istante, al tempo dell’origine.
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