Il solstizio d’inverno nella tradizione massonica
L’immagine della crisi dell’oscurità e del suo limite
Gianfranco Pace
Il solstizio d’inverno, considerato secondo la prospettiva tradizionale, non è una semplice data del calendario, né un tema stagionale da rivestire di sentimentalismo: è un punto-limite del ciclo annuale, e perciò una soglia.
Il termine stesso, che designa l’arresto apparente del cammino solare nel suo estremo, indica una realtà immutabile: là dove una tendenza raggiunge un estremo, là ha luogo l’inversione.
Sul piano naturale ciò si manifesta nella ripresa della crescita della durata del giorno; sul piano simbolico diventa figura di una dinamica di risalita, ossia di passaggio da un percorso discendente a uno ascendente.
Nel dominio iniziatico, il solstizio è un luogo di custodia: esso rimanda a una chiave, a un asse, a una direzione e, quindi, a un lavoro.
Il ciclo annuale, nel linguaggio tradizionale, è una figura ritmica, articolata da due estremi, i solstizi, e da due punti di equilibrio, gli equinozi. I solstizi sono i punti in cui il cammino solare tocca un limite e, toccandolo, cambia direzione.
Il solstizio d’estate segna l’estremo massimo del cammino verso nord, e avvia il movimento discendente; il solstizio d’inverno segna l’estremo opposto, e dà origine al movimento ascendente.
Tale struttura, apparentemente semplice, è decisiva perché rivela che la massima espansione è già principio di contrazione, e la massima contrazione è già principio di espansione: la legge del ciclo è legge di inversione, su tutti i piani. In ambito iniziatico, tale idea di inversione è essenziale.
Una via di realizzazione iniziatica quale è la Massoneria non procede per accumulo, ma per mutamento di tendenza: passaggio dalla dispersione alla convergenza, dalla periferia al centro, dal basso all’alto.
Il solstizio d’inverno rende visibile questa necessità: l’arresto non è una sconfitta, ma una condizione perché la direzione cambi; il limite non è negazione del cammino, ma la sua forma.
La Loggia, che lavora con simboli di orientamento e di misura, può riconoscere nel solstizio una figura del proprio compito: trasformare la durata profana in tempo qualificato, e la qualità del tempo in disciplina interiore.
René Guénon, in Simboli della Scienza sacra, insiste su una precisazione fondamentale: l’inverno appare triste e l’estate gioiosa se ci si limita alle apparenze, ma la tradizione attribuisce alla metà ascendente dell’anno un carattere favorevole e benefico, e alla metà discendente un carattere sfavorevole e triste, intendendo questi termini come qualità cicliche e non come stati d’animo.
Da qui segue che il solstizio d’inverno, pur coincidendo con la massima contrazione della luce sensibile, è precisamente il punto in cui la crescita luminosa ricomincia: tale soglia non rappresenta, dunque, il trionfo dell’oscurità, ma l’immagine della sua crisi e del suo limite.
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