Leibniz e l’architettura esoterica del pensiero
Leibniz e l’architettura esoterica del pensiero: per una rilettura iniziatica della filosofia leibniziana
Premessa metodologica
La presente indagine si propone di rileggere l’intero corpus filosofico leibniziano alla luce di una chiave ermeneutica che, lungi dal ridursi a mero esercizio interpretativo, intende riconoscere nella speculazione del filosofo di Lipsia una coerenza profonda con quella tradizione iniziatica e sapienziale che, attraverso molteplici manifestazioni storiche, custodisce un nucleo metafisico perenne.
Non si tratta di forzare il pensiero leibniziano entro categorie estranee alla sua genesi storica, quanto piuttosto di riconoscere in esso quella consonantia strutturale con i principi dell’esoterismo tradizionale che ne costituisce, forse, la dimensione più autentica e misconosciuta.
La tesi centrale: Leibniz come massone tradizionale de facto e ideologo in pectore
La tesi che il presente lavoro intende argomentare e documentare è ardita ma, a nostro sommesso giudizio, incontrovertibile alla luce di un’analisi rigorosa: Gottfried Wilhelm von Leibniz fu, nella sostanza del suo pensiero filosofico e nel nucleo della sua visione metafisica, un massone tradizionale de facto e l’ideologo in pectore della moderna Massoneria speculativa, ben prima che questa si costituisse formalmente con la fondazione della Gran Loggia di Londra il 24 giugno 1717 (appena sette mesi dopo la morte del filosofo, avvenuta il 14 novembre 1716, peraltro in un contesto già preparato da decenni di fermenti proto-massonici ai quali Leibniz non fu estraneo).
Più correttamente, la visione di Leibniz anticipa quella poi accolta nella Massoneria moderna sorta dalla riunificazione di Antichi e Moderni, come si avrà modo di argomentare in maniera più estesa e dettagliata nel prosieguo.
Un’affermazione di questa portata richiede precisazioni immediate per non essere fraintesa.
Non si sta sostenendo che Leibniz fosse “membro attivo” di una loggia massonica nel senso organizzativo-amministrativo del termine, sebbene i suoi contatti documentati con ambienti rosicruciani, la sua partecipazione a società segrete di stampo ermetico-alchemico nella giovinezza a Norimberga, nonché le sue relazioni epistolari con figure centrali del mondo filosofico e scientifico europeo – dagli ambienti irenisti tedeschi (Calixt, Spener) ai Platonici di Cambridge (More, Cudworth, Conway), dai membri della Royal Society (tra cui aveva conosciuto il lavoro di John Wilkins sul linguaggio universale) ai circoli cartesiani francesi, dai gesuiti missionari in Cina agli accademici italiani – suggeriscano una prossimità ben maggiore di quanto la storiografia convenzionale ammetta.
Ciò che ci sentiamo di poter affermare con certezza apodittica è che la struttura teoretica del sistema leibniziano coincide, punto per punto, con i princìpi fondamentali della Massoneria tradizionale, intesa non già come circoscritto fenomeno settecentesco, bensì come manifestazione occidentale di quella philosophia perennis che costituisce il cuore di ogni autentica via iniziatica.
Leibniz elabora, nella sua metafisica, nella sua concezione del linguaggio universale, nella sua visione dell’armonia cosmica, nella sua teodicea architettonica, nella sua dottrina dell’unità religiosa meta-confessionale, un sistema che è la trasposizione filosofica rigorosa e sistematica della Weltanschauung massonica.
Se la Massoneria speculativa settecentesca avesse cercato un filosofo che articolasse con precisione metafisica e coerenza logica i suoi princìpi operativi, non avrebbe potuto trovarne uno più adeguato di Leibniz.
È in questo senso, pregnante e non metaforico, che parliamo di Leibniz quale “ideologo in pectore” della Massoneria: egli fornì, avant la lettre, la struttura concettuale, la giustificazione razionale, il fondamento metafisico di ciò che sarebbe poi divenuto “la visione massonica” del mondo.
Il paradosso storiografico: Voltaire massone per antonomasia e Leibniz dimenticato
Questa tesi acquista pregnanza ulteriore se confrontata con uno dei paradossi più stranianti della storia intellettuale europea: Voltaire, satirico demolitore del sistema leibniziano, venne accolto in Massoneria; Leibniz, costruttore ideale di quel sistema, non è mai stato riconosciuto come massone né celebrato dalla tradizione massonica come suo filosofo per eccellenza.
L’ironia storica è talmente stridente da richiedere una spiegazione. François-Marie Arouet, detto Voltaire, fu iniziato alla Massoneria in età avanzatissima, il 7 aprile 1778, nella loggia parigina “Le Nove Sorelle” (Les Neuf Sœurs), appena un mese prima della sua morte (avvenuta il 30 maggio di quello stesso anno).
L’iniziazione venne celebrata con grande clamore pubblicitario, come trionfo della filosofia illuministica e coronamento della carriera del patriarca di Ferney.
Eppure, tale iniziazione rappresentò, nella sostanza, una mera operazione di prestigio mondano, l’ammissione di una celebrità che conferiva lustro all’istituzione più che riceverne illuminazione iniziatica.
È necessario comprendere la natura peculiare della loggia Les Neuf Sœurs per cogliere la vacuità simbolica di simile iniziazione. Fondata nel 1776 (significativamente, nell’anno della dichiarazione di indipendenza americana nonché della fondazione in Baviera, il 1° maggio, dell’Ordine degli Illuminati), la loggia rappresentava la quintessenza della Massoneria illuministica, razionalistica, progressista: esattamente quella corrente che avrebbe condotto, secondo interpretazioni tradizionaliste, alla degenerazione giacobina e alla strumentalizzazione politica dell’istituzione.
René Guénon giudicava questo tipo di Massoneria come pervaso da uno spirito contro-iniziatico, ossia da una mentalità che, pur appropriandosi del simbolismo e della ritualità tradizionale, ne inverte radicalmente il significato: dalla ricerca metafisica della trascendenza alla militanza politica immanentista, dalla costruzione spirituale dell’uomo interiore alla riforma sociale esteriore, dalla gnosis sapienziale all’ideologia lato sensu progressista.
La loggia Les Neuf Sœurs annoverava fra i suoi membri l’ultra ottuagenario Voltaire, Benjamin Franklin (che la presiedette), l’abate Cordier de Saint-Firmin, il compositore belga André Grétry, lo scultore neoclassico Jean-Antoine Houdon: un cenacolo di intellettuali, artisti, scienziati, accomunati da spirito illuministico ma privi, nella maggior parte dei casi, di qualsiasi profondità esoterica.
Si trattava della Massoneria dei salons, della mondanità letteraria, del progressismo filantropico: tutto ciò che Guénon (e con lui l’intera corrente di pensiero tradizionale) considerava pseudo-iniziazione, forma esteriore svuotata di contenuto interiore, simulacro profano di un’iniziazione autentica ormai smarrita.
Che Voltaire sia stato ben accolto in simile ambiente pare perfettamente coerente: egli incarnava lo spirito di quella Massoneria. Ma è sommamente ironico che quello stesso Voltaire abbia demolito, nel suo romanzo filosofico Candide, ou l’Optimisme del 1759, il sistema metafisico leibniziano, caricaturandolo attraverso la figura ridicola del dottor Pangloss, il quale ripeteva ossessivamente, anche dinnanzi alle catastrofi più orribili, che «tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili».
La satira voltairiana risulta efficacissima retoricamente, ma è filosoficamente illegittima poiché si fonda su un fraintendimento radicale (probabilmente deliberato) della tesi leibniziana.
Quando Leibniz afferma che questo è “il migliore dei mondi possibili”, infatti, non sta affatto sostenendo un ottimismo ingenuo che neghi la realtà del male, ma sta invece articolando una teodicea metafisica rigorosa: dato che Dio è infinitamente sapiente, buono e potente, Egli non poteva che creare il mondo in cui si realizza il massimo di perfezione compatibile con l’esistenza necessaria del male metafisico (la limitazione inerente alla creatura finita).
Il male non è voluto da Dio positivamente, ma è permesso come condizione della libertà e come elemento che, inserito nell’armonia complessiva, contribuisce alla bellezza del tutto (così come le dissonanze in musica, opportunamente risolte, accrescono la ricchezza della composizione).
Voltaire, spirito brillante ma superficiale, riduce questa complessa tesi a formula semplicistica e la ridicolizza. Ma, così facendo, egli dimostra di non aver compreso (o di non voler comprendere) la profondità del sistema leibniziano, la sua dimensione profondamente esoterica, la sua immensa portata iniziatica.
Voltaire è il campione del razionalismo critico, dell’empirismo scettico, del rifiuto di ogni metafisica che trascenda l’esperienza immediata.
Leibniz è il metafisico per eccellenza, costruttore di sistemi onnicomprensivi, pensatore dell’assoluto. I due si collocano agli antipodi spirituali.
Eppure, la Storia ha voluto che Voltaire venisse accolto in Massoneria (seppure in una Massoneria degenerata) e celebrato come uno dei suoi luminari, mentre Leibniz è stato ignorato o dimenticato dalla tradizione massonica, nonostante il suo pensiero incarni, in forma filosoficamente purificata, i princìpi stessi della via iniziatica.
Questo paradosso non pare casuale: è sintomo di quella inversione dei valori che Guénon identifica come cifra della modernità e che conduce all’oscuramento della tradizione autentica in favore delle sue contraffazioni.
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