La “religione universale” nella tradizione massonica
L’adesione alla fede cattolica, intesa come vincolo sacrale e sociale
La Massoneria moderna, ufficialmente venuta alla luce con la costituzione della Gran Loggia di Londra e Westminster il 24 giugno 1717, si presenta fin dalle proprie origini speculative come fautrice di una dottrina denominata “religione universale”.
Tale espressione, così decisiva nella prima auto-rappresentazione della moderna Libera Muratoria, già contenuta nelle Anderson’s Constitutions del 1723, ha dato adito a una lunga serie di equivoci e di interpretazioni riduttive, talvolta fino alla dissoluzione in una spiritualità generica, vaga e persino laicista.
In alcuni casi, l’idea stessa di religione è stata sostituita da una sorta di “umanesimo cosmopolita”, al punto che talune Obbedienze si sono spinte ad accogliere nelle proprie fila addirittura atei o agnostici, riducendo così la Massoneria ad un’associazione etico-filosofica priva di alcun fondamento trascendente.
Una simile esegesi, tuttavia, risulta alquanto fragile se ricondotta alle sue matrici operative ed “antiche”. Le logge medioevali, infatti, radicate in un contesto sociale e spirituale pienamente cristiano, non avrebbero mai potuto concepire un pluralismo confessionale o un sincretismo religioso.
La religione universale di cui parlano gli Antichi Doveri non significava altro che l’adesione alla fede cattolica, intesa come vincolo sacrale e sociale insieme.
Non a caso, uno dei requisiti per l’ammissione all’arte dei muratori era la fedeltà alla Chiesa romana e ai suoi sacramenti, elemento costitutivo della stessa regolarità iniziatica[1].
Con la costituzione della Gran Loggia di Londra e la redazione delle Costituzioni di James Anderson, per contro, la nozione di religione universale cominciò gradualmente a essere interpretata in chiave deista e razionalistica.
Si passò, in tal modo, dall’idea cattolica di universalità alla vaga espressione di that Religion in which all Men agree[2].
Simile torsione semantica marcò un passaggio cruciale: la verità unica del Cristianesimo primitivo venne sostituita da una sorta di minimo comun denominatore religioso, che in breve tempo si prestò ad accogliere non soltanto credenti di fedi diverse, ma in seguito anche miscredenti, in un’impostazione genericamente laica e perfino agnostica.
Il risultato fu una progressiva secolarizzazione della Massoneria, che in tal modo si discostava dall’originario fondamento cattolico.
Una corretta ricostruzione storico-dottrinale, d’altra parte, consente di dimostrare come la “religione universale” massonica in principio non coincidesse affatto con un indifferentismo religioso, bensì con il Cristianesimo delle origini, nella sua accezione autenticamente cattolica, ossia “universale”; vale a dire, in sostanza, con quella vera religio che- secondo sant’Agostino – «esisteva già prima che fosse chiamata cristiana».
L’Ipponense parlava del Christus semper et ubique, ovvero di un Cristianesimo che esisteva prima dell’incarnazione storica, come “Cristianesimo prima di Cristo”.
La definizione di catholica, come universalità spirituale e dottrinale, esprimeva la coscienza di partecipare a un deposito di verità non circoscritto a un’etnia o a un popolo, ma capace di abbracciare l’umanità intera.
È esattamente in tale prospettiva che deve leggersi il concetto di universalità: non già come neutralizzazione della verità religiosa, bensì come sua estensione a tutti gli uomini chiamati a Cristo.
La Massoneria, nella sua accezione originaria, non faceva che riproporre questa dottrina patristica, intendendo l’universalità non come pluralismo, ma come cattolicità spirituale, ossia come apertura alla verità unica manifestatasi nel Cristo.
In tal modo, la Libera Muratoria non si poneva per nulla come un’alternativa confessionale, bensì come un prolungamento iniziatico del Cristianesimo primitivo, secondo un’ermeneutica che trova riscontro tanto nei Padri della Chiesa quanto nella riflessione filosofico-teologica di età moderna.
Si dimostra inoltre che gli Antients, recuperando la nozione di “vero Noachita” (recepita nel 1738 dallo stesso Anderson nella seconda edizione delle sue Costituzioni), intesero esplicitamente rettificare l’equivoco latitudinario emergente fra i Moderns.
È ormai stato ampiamente dimostrato, del resto, come la teoria sociale latitudinaria abbia assolto un compito ideologico ben preciso, ovvero quello di porsi a strenua difesa dell’ordine costituito, opponendosi con vigore tanto alle suggestioni del deismo e dell’Illuminismo radicale, quanto alle istanze sovversive del radicalismo politico[3].
Siffatto spirito latitudinario che caratterizzò la nascente Massoneria moderna, per lo meno inizialmente, intendeva costituire un mero 2antidoto contro l’ateismo”, ormai dilagante in varie regioni d’Europa[4].
Tale linea etimologicamente “cattolica” – universale nel senso forte e preconfessionale del termine – avrebbe trovato corrispondenze coerenti tanto nella razionalità evangelica delineata da John Locke, quanto nell’ultramontanismo di Joseph de Maistre, così come nella riforma willermoziana sfociata nel Regime Scozzese Rettificato.
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