Evola, il maestro che non ebbe discepoli
Tra avanguardia e tradizione
“Vi era una certa antitesi fra le due predisposizioni. Mentre l’impulso alla trascendenza ingenerava un senso di estraneità per la realtà e quasi il desiderio di una liberazione o di un’evasione, non esente da sfaldamenti mistici, la disposizione del Kshatriya mi portava all’azione, all’affermazione libera centrata sull’Io.
Può darsi che il contemperare le due tendenze sia stato il compito, esistenziale, fondamentale di tutta la mia vita. Assolverlo, ed evitarlo, mi è stato possibile nel punto in cui giunsi ad assumere l’essenza dell’uno e dell’altro impulso su di un piano superiore.
Nel campo delle idee, la loro sintesi sta alla base della formulazione precipua, da me, data nell’ultimo periodo della mia attività, al Tradizionalismo, in opposto a quella più intellettualistica ed orientaleggiante della corrente facente capo a René Guénon”.
Queste parole, poste all’inizio de Il cammino del Cinabro, considerato come una guida attraverso i suoi scritti e le sue idee, vera e propria autobiografia spirituale, inquadrano esattamente la figura di Julius Evola, un autore relegato, dal conformismo ufficiale, ai margini della cultura italiana contemporanea di cui, soltanto da poco, si parla un po’ oggettivamente.
Ciò, perché Evola è il maggior outsider della nostra civiltà intellettuale, nel senso più realistico del termine. Era proprio “un fuori luogo”.
“In genere, occorre considerare il fatto che ho dovuto aprirmi la via da solo.
– Non ho avuto l’aiuto inapprezzabile di cui, in altri tempi ed in un diverso ambiente, poté usufruire, nello svolgere un’analoga attività che, fin da principio, era direttamente collegato ad una tradizione viva.
– Quasi, come un disperso, ho dovuto cercare di riconnettermi, con i miei soli mezzi, ad un esercito allontanatosi, spesso, attraversando terre infide e perigliose; un certo collegamento positivo essendosi stabilito solo a partire da un dato periodo. Nella sua parte essenziale e valida, ciò che ho sentito di dovere esprimere appartiene ad un mondo diverso da quello in cui mi sono trovato a vivere.
– In un primo momento, a guidarmi è stato solo un orientamento congenito: la chiarificazione e la precisazione delle idee e degli scopi sono venute, successivamente, con l’ampliarsi delle mie esperienze e delle mie conoscenze”.
Il Cammino del Cinabro
Chi, in Italia e prima di Evola, aveva mai parlato di Tradizione? E, poi, di quale Tradizione?
Tuttalpiù ci si rifaceva a una Tradizione Risorgimentale.
Chi mai, prima di Evola, aveva tentato di dare una visione complessiva di una storia morfologica dell’umanità, avendone, come prospettiva, la decadenza, l’involuzione, in un mondo, già all’inizio del secolo, affascinato dall’evoluzionismo darwinista?
Chi mai aveva cercato, su tutti i piani, dall’artistico al filosofico, dal religioso al politico, dall’esistenziale al sessuale, di dare un’interpretazione di tipo “spirituale”, complessiva ed articolata, spinta verso l’Alto, in cui si fondessero un atteggiamento contemplativo ed uno attivo, il desiderio di allontanarsi da un mondo in cui ci si sentiva estranei e l’intenzione di esserne parte attiva per cambiarlo? Nessuno, credo.
Si può dire che questa figura di pittore e teorico della magia, editore di riviste ed alpinista, uomo di mondo ed esploratore delle più antiche tradizioni, appassionato di ricerche bibliografiche e frequentatore di salotti della nobiltà, esponente di un “Superfascismo” ideale e di una teoria della “Razza” su tre livelli, propugnatore dell’“Individuo assoluto” e del “Cavalcare la tigre” nel mondo moderno, di instancabile viaggiatore nelle capitali europee, tra le due guerre, e di “Maestro”, di autore di poesie dada e di violente polemiche giornalistiche, abbia costituito un evento unico, nella cultura italiana e, quindi, praticamente impossibile da sistemare nel casellario di tanti critici ed intellettuali abituati a pensare secondo schemi prefissati.
Chi non rientra in questi schemi non esiste. Per quanto si possa cercare tra i nomi degli intellettuali ritenuti autorevoli e famosi, su vari piani culturali, nessuno è stato, al contempo, uomo di pensiero e di azione come lo è stato Julius Evola.
Soprattutto un pensiero e un’azione che hanno avuto come punto di riferimento una Tradizione di cui egli si considerava portatore nell’”Italia del Novecento”.
Il barone, Giulio Cesare Andrea Evola, nacque a Roma, il 10 maggio 1898, da una famiglia di origini siciliane. Nei suoi primi scritti, poetici e teorici, assunse lo pseudonimo di “Julius”, che si voleva rifare sia alla cultura francese sia alla Roma classica, e si firmava con il monogramma “J”. Le sue iniziali “JE”, in francese, infatti, si traducono “Io”.
Fu sedotto dalla cultura, più contestataria degli Anni Dieci: Marinetti ed il Futurismo, Papini e Lacerba, Tzara ed il Dadaismo, e, dalla filosofia più spregiudicata dell’epoca: Nietzsche, Weininger Michelstaedter e Stirner.
A 19 anni partecipò alla prima guerra mondiale, come ufficiale d’artiglieria e, già allora, riteneva positiva la struttura politico-costituzionale degli Imperi Centrali, quindi, la sua non fu una scelta “nazionalistica”, ma, non vi si sottrasse poiché considerava la “guerra” un’esperienza che andava fatta, un cimento personale.
Militare, cominciò a scrivere la sua opera filosofica conclusa nel 1924: “Teoria e fenomenologia dell’individuo assoluto” apparsa, in due volumi, nel 1927 e nel 1930 presso Bocca. Proponendo l’“Idealismo magico”, Evola, tentava un superamento della dualità “Io non Io” e dell’idealismo classico di Croce e Gentile con i quali fu in polemica ma, anche, in contatto epistolare.
Nel pensiero evoliano c’era una chiara influenza della filosofia orientale, quella dei Tantra, conosciuta attraverso i libri di Sir John Wooddroffe, che si firmava “Arthur Avalon” con il quale fu in contatto epistolare e le cui idee divulgò con “L’uomo come potenza” (Atanòr,1926).
Dal 1917 al 1921, il giovane Evola fu molto attivo nel campo poetico ed artistico; Futurismo e Dadaismo gli apparvero come una possibilità di opporsi al conformismo ed al moralismo della borghesia; cercava di stupire ed accadeva che si presentasse, nei salotti della Capitale, con le unghie laccate, secondo i canoni dello stile dada…
Aveva grande successo con le donne e fu al centro di un mondo esoterico-mondano, come ci narra Sibilla Aleramo nel romanzo “Amo dunque sono” (Mondadori, 1927) in cui lui, Giulio Parise ed altri sono descritti con pseudonimi. Partecipò a mostre e a… polemiche. Viene, oggi, considerato il massimo e forse unico vero esponente di Dada in Italia.
Quelli, dal 1923 al 1939, furono gli anni in cui iniziarono le frequentazioni di ambienti occultistici, spiritualistici ed esoterici ai quali giunse, forse, tramite la conoscenza di personalità quali Giovanni Colazza, Arturo Reghini, Giulio Parise, Emilio Servadio, Aniceto Del Massa, Arturo Onofri e Girolamo COMI, tutti artisti dada o futuristici.
Fra teosofi e kremmerziani, pitagorici e antroposofi, Evola, scelse la sua via personale e respinse le posizioni che non ritenne possibile condividere; come l’arte e la Tradizione, qui, la magia e ribellione contro il mondo.
Collaborò ad Ultra, Bilychnis, Ignis ed Atanor; fondò e diresse i fascicoli mensili di Ur (1927/28) e, nel 1929, a causa di una scissione nel gruppo diede vita a Krur.
Una risistemazione di quelle esperienze, uniche nel loro genere, è riunita in “Introduzione alla magia” (Bocca, 1955 – Ed. Mediteranee 1971). Magia, “quale scienza dell’Io”, apertura verso l’alto non priva di pericoli, un tentativo di mutare “status interiore” ricorrendo a teorie sia occidentali che orientali. Il che, dagli Anni Trenta agli Anni Sessanta, venne sempre rimproverato ad Evola, tanto che veniva definito “Il Magico Barone”, e tanto malignamente che gli fu affibbiata la nomea di portare male… questa è l’Italia che pretende di essere concreta e positiva…
L’attività di Evola ebbe una svolta all’inizio degli anni Trenta: da un lato iniziarono le esplorazioni del “Mondo della tradizione”, dall’altro aumentarono gli interventi nel dibattito culturale. La Torre uscì, in dieci fascicoli, dal febbraio al giugno 1930 e si fregiava del sottotitolo: “Foglio di espressioni varie e di tradizione una”.
Scriveva Evola:
“… del fascismo accettiamo quel che si collega alla Tradizione e ne proponiamo il superamento, un andare oltre verso una specie di superfascismo…”
Evola non aveva affatto una buona fama, infatti, due anni prima, erano scoppiate polemiche molto accese intorno al suo “Imperialismo pagano” (Atanòr, 1928), fortemente critico nei confronti del Cristianesimo, e, nel quale metteva in guardia il regime dal cadere nelle mani della religione dominante. Questo, alla vigilia del Concordato, non sembrò molto opportuno.
L’esuberante autore non poté essere difeso nemmeno da Giuseppe Bottai, suo commilitone, e, che aveva pubblicato gli articoli originali sulle pagine di “Critica Fascista” dallo stesso diretta.
Il libro lo mise in contrasto con Arturo Reghini, che aveva già usato lo stesso titolo del libro in un articolo di anni prima – da ciò derivò anche la crisi di Ur.
Sulle pagine de “La Torre” c’era il nucleo originale dei libri che Evola pubblicò, successivamente, presso Laterza per interessamento, sorprenderà, di Benedetto Croce, testi che indagavano nel mondo dei simboli primordiali e dell’esoterismo “La tradizione ermetica” (1931), “Il mistero del Graal” (1937), mentre una netta posizione critica nei confronti delle correnti pseudo-spirituali dell’epoca, che sono quelle tuttora imperversanti, uscì, presso Bocca, nel 1932: Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo.
Attività intensa, varia e anticonformista, le collaborazioni giornalistiche ed i saggi su riviste di studio erano spesso una critica “dall’interno” del fascismo in nome di una visione del mondo superiore e “tradizionale” con lo scopo di “rettificare” quelle che Evola riteneva storture ideologiche e culturali.
Si pensi alla polemica sulla “romanità” che ebbe con gli storici ufficiali, per far valere una concezione spirituale ed esistenziale del simbolo di Roma che andava per la maggiore, o, la costante critica all’idealismo gentiliano ed alla filosofia dello “Stato etico”, o, il tentativo di imporre un’interpretazione corretta dell’idea di “razza”, in netta contrapposizione al biologismo di Alfred Rosemberg e dei suoi seguaci italiani.
L’opera più impegnativa del suo enorme repertorio “R”, uscì nel 1934 presso Hoepli dopo che venne, invano, proposta a Laterza; si tratta di un’opposizione attiva alla “contemporaneità” in nome di una Weltanschauung antiprogressista ed antimaterialista.
L’opera rientra in quella “letteratura della crisi” così tipica del periodo interbellico, ma, è assai diversa da quelle di Spengler, Benda, Huizinga, Massis, Keyserling e Guénon.
Tratta una sorta di storia della decadenza della civiltà seguendo lo schema dedotto dalla teoria delle quattro età, comune ad Oriente e ad Occidente, ricostruendo, in termini propositivi “il mondo della Tradizione” e, in termini critici “il mondo moderno”.
Nonostante la giovane età – 36 anni – resta la sua opera principale che perdurerà, sostanzialmente immutata, nei successivi quarant’anni. L’eco, nella cultura ufficiale italiana, allora ed in seguito, non fu certo larghissima. Tra le rovine.
La posizione di Evola, all’interno della cultura fascista, era eterodossa, e, pur scrivendo su giornali ufficiosi come “Il Corriere Padano” di Italo Balbo ed “Il Regime Fascista” di Roberto Farinacci, sul quale curò, tra il 1934 ed il 1943, una pagina speciale intitolata “Diorama filosofico” dove invitò esponenti tradizionalisti di tutta Europa, e su mensili come “La vita italiana” e “Lo stato”. Su queste testate sviluppava le proprie idee comprese quelle sulle diversità di razza e sulla tripartizione: “Corpo, Anima, Spirito”.
Ne ricavò l’ostilità degli ambienti ufficiali tedeschi e, dopo il 1938, italiani, come, oggi, rivelano documenti segreti del Ministero degli Esteri del Reich e della Ahnenerbe riportati recentemente alla luce.
Pubblicò, quindi, “Il mito del sangue” (Hoepli, 1937) e “Sintesi della dottrina della razza” (Hoepli, 1941), entrambi accolti criticamente, anche se Mussolini, dopo aver letto il secondo, ne convocò l’autore a Palazzo Venezia, nel settembre 1941, dicendogli:
“È il libro che ci occorreva!”
L’idea che lo spirito informasse di se il corpo e che fosse quello l’elemento essenziale e distintivo che differenziava una stirpe dall’altra, è la logica conseguenza dell’idea che Evola aveva dell’essere umano e delle forze che spingevano, dall’interno, le diverse culture umane.
Nonostante la decadenza inevitabile, dovuta ai cicli temporanei, i popoli potevano tentare di opporsi ad essa risuscitando simboli tradizionali, basandosi su determinati miti, come spinta propulsiva, per un sussulto d’orgoglio e di dignità, per fare, come collettività e come singoli, quel che doveva essere fatto in quel dato momento storico, indipendentemente dalle possibili conclusioni positive.
È la regola dell’Impersonalità attiva, fatta propria da Evola. In piena guerra, chiese di andare volontario al fronte, ma, gli fu opposto rifiuto perché non iscritto al Partito Nazionale Fascista.
Nel 1943 uscì, presso Laterza, “La dottrina del risveglio”, un saggio sull’ascesi buddhista, in cui si presentava la vocazione attiva e guerriera di un buddhismo dalle origini tutt’altro che “pacifiste”. Se si vuole un contributo per la fortificazione interiore di una Nazione in lotta, sarebbe opportuno averne profonda conoscenza.
L’8 settembre lo sorprese a Roma, si avviò verso il Nord, per non essere arrestato e, fu uno dei pochi ad accogliere Mussolini nel quartier generale di Hitler, dopo la liberazione dal Gran Sasso.
Per l’occasione, le firme dei presenti vennero apposte sulla carta che avvolgeva una scatola di sigari, una cui riproduzione è stata anche pubblicata negli Anni Cinquanta.
Incaricato di missioni speciali, sia a Roma che a Vienna, qui, si trovò coinvolto, per strada, in un bombardamento poco prima dell’arrivo dei russi nella Capitale austriaca, il 6 aprile 1945. Venne sbalzato da uno spostamento d’aria.
Ne “Il Cammino del Cinabro” spiega:
“A dire il vero, il fatto non fu privo di relazione con la norma, da me già da tempo seguita, di non schivare, anzi, di cercare i pericoli, nel senso di un tacito interrogare la sorte”.
Una lesione al midollo spinale provocò una irrimediabile paresi agli arti inferiori. Svegliandosi, la prima cosa che chiese fu che fine avesse fatto il suo monocolo…
L’alpinista, il nomade d’Europa, l’uomo di società si trovò bloccato in un letto d’ospedale a Vienna; nel 1948, grazie alla Croce Rossa Internazionale, venne trasferito a Bologna. Nel 1950, rientrò nella sua casa di Roma.
“Quei cinque anni furono “tempo d’arresto” anche se “nulla cambiava”, tutto si riduceva ad un impedimento puramente fisi o che, a parte i fastidi pratici e certe limitazioni di vita profana, poco mi toccava, la mia vita e la mia attività spirituale ed intellettuale non essendone, in alcun modo, pregiudicate o modificate”.
Non solo rientrò in contatto con vecchi amici che lo aiutarono da lontano, anche materialmente, come Girolamo Comi e Massimo Scaligero, ma rivide ed adattò un’antologia di scritti di J. J. Bachofen già approntata agli inizi degli anni Trenta, “Le madri e la virilità olimpica”, Bocca, 1949.
Risistemò il materiale di Ur e Krur che uscirà, poi come Introduzione alla magia quale scienza dell’io, in tre volumi (Bocca, 1955 – 56), riscrisse ex novo, tanto da farne un’opera diversa, il giovanile libro sui Tantra che divenne “Lo yoga della potenza” (Bocca, 1949), rivide “La rivolta contro il mondo moderno” (Bocca 1951), rivide anche “La teoria dell’individuo assoluto”, che sarebbe uscita solo nel 1973 presso le Edizioni Mediterranee, effettuò parecchie traduzioni che offrì a vari editori, tra cui Laterza, che non videro mai la luce, probabilmente, per pregiudizi “politici” sul suo nome.
Evola scrisse a Girolamo Comi, il 20 aprile 1948, che si era ritrovato in un “mondo di rovine”, sia materiali che spirituali. Che fare se non tentare di riuscire a restare in piedi tra di esse?
Di fronte ad una decadenza del mondo moderno, precipitosa ed inarrestabile, ecco la necessità di fornire armi intellettuali, spirituali e metodologiche per affrontare una nuova fase di civiltà. Si spiegano così i motivi per cui venne riscritto “Lo Yoga” e vennero riproposte le teorie di Bachofen e di Ur-Krur.
I Tantra venivano visti, da Evola, come una delle poche dottrine utili per affrontare il Kali yuga, l’età ultima. È comprensibile che partendo dagli “undici punti di Orientamenti”, venissero sviluppati dei saggi, di maggiore ampiezza, che fornissero gli strumenti per restare se stessi in quel “mondo di rovine”.
Evola mise mano, quasi contemporaneamente, a due libri tra loro complementari: il primo era una specie di manuale per chi volesse affrontare la lotta politica, s’intitolò, appunto, “Gli uomini e le rovine” (Ed. dell’Ascia, 1953); il secondo che proponeva “una serie di comportamenti, per un tipo umano differenziato, in un’epoca in dissoluzione, apparve, otto anni dopo, come “Cavalcare la tigre” (Scheiwiller,1961), titolo che richiama il detto orientale: “Cavalca la modernità senza parti sbalzare al suolo, assorbi i veleni trasformandoli in farmaci, affronta i mali e le brutture senza contaminarti e senza chiuderti in una torre d’avorio”.
Con “Metafisica del sesso” (Atanòr, 1958) si completa una trilogia ideale di tipo esistenziale; vi si danno gli stessi insegnamenti sul piano dell’eros interpretato in un modo “tradizionale”, come la “più grande forza magica del mondo”, indicando la strada necessaria per non farsene travolgere e, totalmente, condizionare, in una società che stava facendo già il suo fine ultimo, e, per elevarlo di livello in modo che anch’esso costituisse una via verso la conoscenza e non uno strumento di abbrutimento.
Nella sua abitazione romana, di Corso Vittorio Emanuele 197, dove viveva in affitto e sopravviveva con la sua pensione di invalido di guerra, Evola, traduceva libri, scriveva articoli e saggi, riceveva amici giovani e vecchi, curiosi della sua attività che l’intellighenzia italiana continuava, praticamente, ad ignorare od a respingere apriori, accoglieva tutti fra il serio ed il faceto, inforcava il monocolo, faceva dell’ironia su se stesso e su quelli che definiva gli “evolomani”, cioè, gli acritici seguaci delle sue dottrine.
Riscoperto, come unico vero esponente del Dadaismo italiano, da Enrico Crispolti, nel 1963, in quello stesso anno, oltre al citato “Cammino del Cinabro”, aveva visto ristampare da Scheiwiller il suo primo poemetto in francese “La parole obscure du paysage interieur”, mentre nel1964, da Volpe, sarebbe uscito un saggio interpretativo su “Il fascismo”, in seguito, ampliato e intitolato: “Il fascismo visto da destra”.
Si giunge al fatidico sessantotto, con l’esplosione della “contestazione globale” anche nelle università italiane. In quell’anno apparve la raccolta di saggi “L’arco e la clava” (Scheiwiller), mentre l’anno prima era uscita la nuova edizione de “Gli uomini e le rovine”.
Evola compiva giusto 70 anni ed alcuni articoli ed un libricino di Adriano Romualdi ne presentarono, per la prima volta, criticamente, il pensiero. Di fatto il nome di Evola si affiancò, non volendo, a quello di Marcuse, anche se la stampa se ne accorse ben poco ma, la pubblicazione o ripubblicazione, sin dal 1973, di una dozzina di sue opere sta a confermare il favore che ebbe presso i giovani di varie tendenze.
Non era mai accaduto. Ovviamente le sue idee erano assai diverse da quelle del filosofo tedesco-americano che, alla fine, cadde anch’egli sotto gli strali di coloro che si erano abbeverati alle sue teorie.
La “contestazione” di Evola era, infatti, assai più profonda ed andava alle radici dal mondo moderno da cui erano nati sia capitalismo che comunismo. Se lo spirito era forte e combattivo, lo stesso non si poteva dire del corpo; Evola venne colpito da scompenso cardiaco proprio nel 1968 e nel 1970; si trattava di una situazione endemica che comportava difficoltà respiratorie ed epatiche.
Dalla metà del 1973 e dall’inizio del 1974, la situazione fisica generale iniziò a peggiorare; perdeva, a poco a poco, le forze, il corpo s’indeboliva, contraeva banali infezioni, soffriva di astenia, mangiava poco e malvolentieri. Era sempre più consapevole che il fisico non lo sorreggeva più.
Considerava compiuta la sua missione ed affermava:
“Ho detto tutto. Basta sapermi leggere”.
Verso la fine del maggio 1974 era sempre più debole, e, martedì 11 giugno, nel primo pomeriggio, Evola, sentendo approssimarsi la fine, si fece vestire e portare alla sua scrivania di fronte alla finestra: la fece aprire. Da essa si vede il palazzo della Cancelleria e s’intravede il Gianicolo. Reclinò il capo e non si mosse più. Così lo trovò il suo medico: “colpito da collasso”. (Cfr. Testimonianze su Evola, Ed. Mediterranee, 1985, pag. 367).
Secondo le volontà espresse, nel testamento olografico del 30 gennaio 1970, venne cremato, il 10 luglio successivo, a Spoleto e le ceneri furono consegnate alla guida alpina Eugenio David, suo compagno di scalate negli anni Trenta, e sepolte nella crepa di un ghiacciaio sul Monte Rosa. Un simbolismo che è inutile commentare.
Julius Evola è stato definito: “Il maestro che non aveva discepoli”. È esatto. Ripudiava una scolastica evoliana ed ammonì sempre di proseguire ed avanzare nella strada tracciata che si diramava secondo innumerevoli linee di ricerca.
“Mondo delle origini, sapere primordiale, mito e simbolo, scontro fra diverse visioni del mondo, reinterpretazione della storia, critica delle degenerazioni spirituali, rivalutazione di tutto quanto il materialismo ha degradato, corazzatura dell’Io rispetto al mondo in decadenza in cui si è costretti a vivere, ritorno ad un senso della vita dimenticato, interpretazione di avvenimenti materiali e spirituali alla luce di valori superiori e perenni, utilizzazione del metodo interpretativo simbolico tradizionale nei settori più vari, valorizzazione di idee e di autori messi al bando dalla cultura ufficiale, indicazioni di filosofia di vita e di scelte spirituali, resistenza nei confronti di falsi idoli, l’esigenza di essere persona in una società massificata, l’impersonalità attiva come metodo costante in una cultura mercificata, consapevolezza che in un mondo senza vere patrie soltanto un’idea comune è il termine di collegamento…”
Solo per citare alcuni punti fermi, cui se ne potrebbero aggiungere molti altri che, con il passare del tempo, via via emergono. A trent’anni dalla sua scomparsa ci rendiamo conto che Julius Evola ci ha indicato molteplici direzioni, seguendo le quali si può giungere sicuramente aduna modifica di “Status interiore” per il semplice motivo che esse sono tutte in opposizione con i valori culturali, intellettuali e spirituali che ci circondano.
È l’unico pensatore del Novecento italiano che, con la sua opera complessiva, si pone su questo piano. Unico nel suo genere, il pensiero di Evola è stato facilmente equivocato in buona fede e, di regola, male interpretato, incattiva fede.
Forse, mentre assistiamo al cadere di numerosi pregiudizi che hanno caratterizzato la monocultura italiana dell’ultimo mezzo secolo, possiamo sperare in una più giusta interpretazione della sua visione del mondo.
Vent’anni dopo
In quasi 60 anni di attività culturale, Julius Evola, ha scritto una ventina di libri, pubblicato molte centinaia di saggi e di articoli affrontando tutti i possibili argomenti, dai più complessi ai più contingenti, segnandoli tutti con la sua inconfondibile lucidità ed il suo perentorio anticonformismo.
A 20 anni dalla sua morte, alle soglie del 2000, risulta arduo indicare, fra le sue idee e le sue intuizioni, quale costituisca l’eredità più feconda. È giocoforza procedere per linee generali, perché, se ci si dovesse soffermare sugli aspetti particolari, non si finirebbe più.
Dell’eredità del Maestro sceglierei almeno quattro punti.
Il primo riguarda il singolo.
Evola insiste sulla necessità di “restare persona in una società sempre più massificata, di mantenere una qualifica spirituale, direstare un uomo differenziato”.
Ciò sia nelle democrazie occidentali, sia nelle dittature orientali. Se questo poteva valere negli anni 40 e 50, tanto più sembra oggi che l’appiattimento e l’omologazione planetaria stanno facendo scomparire ogni identità, ogni specificità, ogni differenza, grazie anche ai mezzi di comunicazione di massa.
Il secondo punto è una conseguenza del primo.
Come, ed in che modo, restare se stessi in una società avviata verso quella che appare come una inarrestabile decadenza, in balia di forze incontrollabili, priva di valori e punti di riferimento, preda delle mode più negative?
La risposta è:
Far parte del mondo senza, allo stesso tempo, farne parte; essere come un convitato di pietra che assiste a quanto accade attorno a lui partecipandovi senza esserne coinvolto; non respingere le esperienze, le novità, le prove, ma, non farsene condizionare; assorbire tutti i veleni trasformandoli in farmaci così come, quand’è necessario, “cavalcare la tigre” cercando di non cadere giù per non esserne sbranati o travolti. Non estraniarsi e non diventarne succubi.
Da qui, diceva Evola, la necessità di una “impersonalità attiva”, la necessità di “fare quel che dev’essere fatto” senza preoccuparsi di eventuali benefici personali. Altro che “torre d’avorio”!
Il terzo punto è più generale e riguarda quella che potremmo chiamare la comunità, la società. Evola ha indicato lo “organicismo”, la struttura del mondo tradizionale, come contraltare alla proposta del capitalismo e del comunismo che si basano, sostanzialmente, su di un punto di vista economicistico.
Un riferimento, una tendenza, un ideale da porre come meta, una indicazione di un modo diverso di vivere la vita, i rapporti con gli altri, con le istituzioni, il potere, le categorie sociali ed anche situazioni interpersonali.
Anch’essa un’indicazione per combattere la massificazione da un lato, l’automizzazione dall’altro, quindi, totalitarismo, la statolatria, il dorigismo, la pianificazione generale o la generale “deregulatio”, l’inquadramento da caserma od il “laissaiz faire” selvaggio. Il che oscillando, l’Occidente e l’Italia, da un estremo all’altro, sembra quanto mai indispensabile e di grande attualità.
Il quarto punto è anch’esso generale e riguarda una metodologia. Evola ha indicato direttamente ed indirettamente, per l’uso che ne ha fatto nei suoi libri che ne sono l’esplicazione pratica, un metodo di indagine, di analisi storica e culturale, sociologica ed artistica, che è quello simbolico che si rifà al mito ed a quanto di mitico si è perpetuato attraverso i millenni, nella nostra vita e nelle nostre strutture, perché “è proprio tramite il simbolo che si trasmette il mito”. Evola amplia, così, le indicazioni di Bachofen e di Guénon, portandolo su piani più attuali.
È qualcosa dipiù profondo e complesso degli archetipi junghiani; si pensi solo alla straordinaria massa di risultati sorprendenti raggiunti da studiosi, che hanno seguito percorsi paralleli, come Eliade e Campbell.
Si pensi alle interpretazioni di eventi contingenti, di mode, di fatti quotidiani che le critiche letterarie e artistiche compiute da Evola, in tutta la sua vita, con queste sue premesse che erano, e sono, accusate di essere “antiscientifiche”.
Le giovani generazioni di destra, nel dopoguerra, hanno trovato in Evola un punto di riferimento, un maestro di vita e di pensiero che li ha guidati nella loro azione politica anticonformista.
Evola, come, Nietzsche, è, senza dubbio, un pensatore che dev’essere ben compreso, non equivocato, meditato, preso a piccole dosi per non farne indigestione o ubriacarsi.
Quei giovani, di, ormai, varie generazioni di destra, che nell’arco di 40 anni lo hanno letto, hanno inteso la sua lezione in modi diversi e, spesso, anche contraddittori.
Premesso che non tutti ne hanno fatto il loro maestro e che intorno al suo nome vi sono state, sovente, polemiche pro e contro, si deve distinguere tra chi ha seguito le sue esplicite indicazioni e chi ha preferito fare di testa propria.
Per i primi Evola, ha scritto, di volta in volta, dei testi che hanno accompagnato l’evolversi del suo pensiero rispetto al contingente, da “Orientamenti” (1950) a “Gli uomini e le rovine” (1953), da “Metafisica del sesso” (1958) a “Cavalcare la tigre” (1961), da “Il Fascismo” (1964) all’ultima edizione della “Rivolta contro il mondo moderno” (1969).
Lì c’è quello che intendeva dire. Senza rinnegare nulla del passato, non ha permesso, lui vivente, che si ripubblicassero altre sue opere ante guerra che considerava scritte “in” e “per” un periodo ben preciso. Quel che pensava su certi argomenti lo si ritrova anche nelle sue opere successive ed in quelle in cui lo stesso preparò le nuove edizioni.
In esse c’è, praticamente, tutto sul piano ideale e su quel che si poteva mettere in pratica. I secondi, esaltandosi su questi testi quasi “proibiti”, si sono trovati in un vicolo cieco ideologico e pratico.
La “lezione” è stata quella, da un lato, di creare una specie di fronte di resistenza rispetto al conformismo ideale, culturale e morale dilagante; dall’altro, come conseguenza, la nascita di una comunità umana che ha conservato i legami nel corso degli anni.
Evola è stato il primo della serie, e, già il passaggio dall’artista al filosofo, all’esoterista, al politico, allo studioso di Tradizioni, sembrò una contraddizione. Tutti questi aspetti non si possono scindere proprio perché una personalità non si può scindere; la si può considerare complessa e multiforme, ma, sempre con una unitarietà di fondo.
Questa unitarietà, come Evola stesso spiega nella sua “autobiografia spirituale”, si deve cercare nel desiderio di andare sempre oltre nei confronti di se stesso e contro una società borghese alla quale non si è mai sentito di appartenere. Il tentativo di salvare un Evola per respingerne un altro non funziona.
Per contraddittori che possano apparire, certi interessi hanno sempre qualcosa in comune. Pur ispirandosi, spesso a Guénon che si convertì all’Islam, Evola non indica una specifica via religiosa ma si pone, di fatto, come mediatore tra la cultura orientale e quella occidentale.
Evola ha sempre riconosciuto il debito che aveva nei confronti di Guéenon, ma, anche la differente via che egli seguì, nell’ambito della Tradizione, rispetto al Maestro francese.
Anche sul piano religioso:
“Un fattore religioso è necessario come sfondo per avere una concezione eroica della vita. Bisogna sentire in se stessi l’evidenza che di là di questa vita terrestre vi è una più alta vita”.
Ciò non ha bisogno delle formule dogmatiche, di una data confessione religiosa”. Dunque, non si fece mussulmano praticamente. Proprio per questa propensione, non, per un’unica religione “orientale”, ritengo che fece moltissimo per una comprensione reciproca e mutua tra spiritualità e cultura occidentali e orientali, grazie alla demolizione dei luoghi comuni che esistevano nei confronti dell’Oriente, tra i cultori del Classicismo e della Romanità, all’epoca del Fascismo, alla diffusione del pensiero tantrico sin dagli Anni Venti, all’interpretazione attiva del Buddhismo, alle sue analisi parallele, pubblicate nel dopoguerra su “East and West”, la rivista dell’ISMEO – Istituto per il Medio ed Estremo Oriente – fondato da Giuseppe Tucci, di cui è stato, di recente, ricordato il centenario.
Molti detrattori affermano che “Rivolta contro il mondo moderno” è un libro datato. È, dunque, opportuno dire due parole sull’argomento. L’opera è apparsa, per la prima volta,60 anni fa, mentre, la sua ultima edizione è di 25 anni fa.
È la stesura più importante di Evola, l’opera cardine del suo pensiero anche se uscì quando l’autore aveva appena 36 anni, la più suggestiva, probabilmente, unica nel suo genere per il suo tentativo di delineare una morfologia del mondo della Tradizione e da una patologia del mondo moderno, il passaggio da questo a quello.
Attraverso l’uso del metodo simbolico-tradizionale ricostruisce la storia dell’umanità secondo lo schema della decadenza, la transizione dall’età dell’oro all’età oscura, il passaggio dalla civiltà “maschile” delle origini alla civiltà “femminile” contemporanea. Non può essere considerato datato dal punto di vista generale e dalle varie analisi particolari.
Certo, è “datato”, anzi è tutto un errore, per chi questi schemi non accetta “a priori”, oppure non considerano “scientifico” il suo metodo. Dato il tempo trascorso, il libro, non può tener conto di tutta una serie di nuove ricerche, nuovi studi, nuove ipotesi, sia pro che contro le tesi sostenute, ma le eventuali smentite non sono tali da inficiare, mettere in dubbio o datare l’edificio complessivo, la “visione del mondo” che esso offre.
Per tutti e per nessuno
Più ci si addentra nell’attività di Julius Evola e più il suo pensiero risulta articolato, complesso ed, ad un’analisi superficiale, contraddittorio, soprattutto, per i vari settori in cui s’è addentrato lasciandoci articoli, saggi, libri e teorizzazioni – arte, filosofia, esoterismo, magia, studio delle Tradizioni e delle religioni, dottrina dello Stato, analisi delle civiltà, politica e metapolitica, razza, esistenzialismo, eros, storiografia, etc.
Esiste un filo conduttore fra tutto ciò? Perché Evola si occupò di tante materie e speculò su tanti campi del sapere? La risposta si trova nelle origini dell’attività evoliana, quando, alla fine del 1921, scrisse a Tristan Tzara una lettera fondamentale; posto che i principi di Dada possono essere riassunti “nell’imperativo polare dell’indifferenza e nelle virtualità mobili”, egli dice:
“Ora, io penso che questa posizione possa, al contrario, essere un punto di partenza che può ben essere simboleggiato dal piano di separazione dell’olio dall’acqua (…) che colui che è in basso, nella mischia, nell’umanità, è il supremo (…) mentre per colui che è veramente distaccato dalla vita, dal “cerchio”, questo piano può essere il punto di partenza per una nuova vita, è, dunque, il suo punto più basso”.
Questa vita è il regno dell’iperbole che, come dicevano i Greci, è “Madre, sorella e figlia di se stessa; e l’attività disinteressata, la libertà” (Lettere di J. Evola a Tristan Tzara, 1991 e Scritti sull’arte d’avanguardia, 1994).
Siamo alla rottura di livello – il passaggio da un’esperienza all’altra, infatti, la frase tipica de “Il Cammino del Cinabro” è: “Esaurita l’esperienza, andai oltre”.
Il filo conduttore di tutta la vita politica, intellettuale e spirituale di quest’uomo fu il progressivo avanzamento nella consapevolezza e nella salvaguardia dell’Io durante la quarta età in cui, secondo varie tradizioni, viviamo.
Per mantenere l’integrità dell’Io, esplorò tutte le vie che le tradizioni occidentali ed orientali indicavano, senza auto definirsi uno “specialista” di nessuna di esse; le “vie” di salvezza interiore ed esteriore adatte a varie situazioni ed a vari tipi di persone; chi più portato alla contemplazione e chi per l’azione, chi per la “via secca” e chi per la “via umida”, chi per entrare “dans la malée” e chi più portato alla propria interiorità, chi per la tradizione ermetica occidentale e chi verso uno yoga orientale.
Tutto ciò ebbe un piano pratico, “politico” se vogliamo – Evola – non espone solo teorie, ma, ne indicò anche la prassi, sempre sottolineando il distacco, la non compromissione, l’“impersonalità attiva”, l’”apolitia”. Indicazioni che ebbero modelli e riferimenti diversi fra e dopo le due guerre.
Questa è la spiegazione che chiarisce il fascino che Evola esercitò, su certuni, specie negli ultimi tempi il cui la Destra non aveva alcun pratico riferimento in tale piano. – Questo è quanto. C’è un’enorme differenza nel porre Evola come autore essenzialmente politico.
Si potrebbe cadere in equivoci pericolosi e demonizzanti, come accade a Marco Franquelli nel suo “Il filosofo proibito” (Terziaria, Milano 1994) che si occupa di “Tradizione e reazione nell’opera di Julius Evola” ignorando, praticamente, l’altro aspetto che avrebbe potuto rettificarne alcuni giudizi e conclusioni, che sono da rigettare con decisa fermezza.
Franquelli, ritiene l’ideologia evoliana sottesa a tutta la “Destra eversiva”, perchè rintraccia idee, motivi e fraseologia evoliana negli scritti e nelle teorizzazioni di coloro che sono accusati e condannati per “terrorismo nero”.
Costoro non sono molto differenti da chi potrebbe aver letto “L’uomo ad una dimensione o Marxismo e rivoluzione” di Marcuse e poi essersi dedicati al “terrorismo rosso” con attentati ed omicidi. Si deve parlare di “Cattivi maestri” o di “Cattivi discepoli”?
Il terrorismo armato iniziò dopo la morte di Evola, nel 1974; egli in vita, condannò sempre, non soltanto, gli equivoci ideologici di destra e di Sinistra, ma, anche la violenza in sé.
Lo dice in un brano de “Gli uomini e le rovine” (1953), citato da Franquelli:
“Non si tratta affatto di prolungare, artificialmente e violentemente, forme particolari legate al passato”.
Ed allora? Il testo di Franquelli è ampio, meditato, ricco di analisi e riferimenti, ma, è tutt’altro che quella “sintesi organica” di cui parla Giorgio Galli nell’introduzione, infatti, presenta solo una parte del pensiero evoliano quella “politica” o “megapolitica”, ponendo alla base le tesi già citate.
Cioè che la dottrina evoliana avrebbe esercitato un ruolo di “trait d’union” sul terrorismo nero, da Ordine Nuovo ad Avanguardia Nazionale, dallo stragismo alle “schegge” dello spontaneismo armato.
Per ciò, Franquelli, usa un singolare metodo : da un lato rivaluta la figura di Evola come pensatore, teorizzatore, organizzatore culturale, ideologo dalla profonda influenza in questo dopoguerra, ma al contempo ne svaluta la singolarità, l’eresia, la differenza, la disorganicità e l’autonomia rispetto alla cultura fascista in se per quanto riguarda il periodo fra le due guerre. Tutto questo allo scopo di considerarlo “compromesso con il regime fascista e la sua ortodossia”.
Era “più un problema di forma che di sostanza” la diversità dell’evoliano” “Stato organico” rispetto al fascista “Stato totalitario”, ovvero quella del suo “razzismo spirituale” rispetto al “razzismo biologico” nazista o di certi ambienti italiani.
Il saggio di Franquelli si eleva, tra quelli prodotti dalla cultura progressista, se non altro, per la complessità e l’ampiezza; non risulta proprio che “gli interventi più proficui, per una lettura dell’opera di Evola, giungano da tale versante e tantomeno che, a destra, vi siano state solo opere agiografiche ed apologetiche”.
Ve ne sono anche di tali, ma che dire di quelle di Roberto Melchionda, Marcello Veneziani, Gianni Ferraguti, Marco Rossi… I rischi che corre Evola non sono quelli indicati da Galli, ma, quello di essere ancora e sempre indicato come “Cattivo Maestro” di intere generazioni della Destra italiana.

